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martedì 21 luglio 2026

Non le armi atomiche ma il disarmo genera la pace

 


Leone XIV: non le armi atomiche ma il disarmo genera la pace

La Libreria Editrice Vaticana pubblica un nuovo volume del Papa intitolato “Disarmata e disarmante. La pace è un dono”. Curata da Alessandro Banfi, è la prima antologia che attinge a vari interventi di Robert Francis Prevost sul tema della pace dal giorno della sua elezione, l’8 maggio 2025, introdotti da un suo testo inedito
LEONE XIV
«Pace a voi!»: è stato questo il primo saluto che Gesù Risorto ha rivolto ai suoi apostoli (Gv 20,19). Questo è anche il primo dono che Cristo risuscitato ha offerto ai suoi amici e a tutto il mondo: la pace. Quel dono, però, non avveniva “a buon mercato”: il corpo glorioso del Maestro di Nazaret mostrava le piaghe della Passione. Egli ha attraversato l’odio, la violenza, il crucifige del mondo. Gesù Cristo ha subito l’ingiustizia, disarmato e disarmante, ed è risorto. L’annuncio evangelico s’inseriva e s’inserisce nella storia. Oggi come duemila anni fa.
La pace è il grande desiderio che agita molti cuori, ma è anche spesso minacciata, calpestata, irrisa. Oggi ben 103 Stati sono coinvolti in qualche maniera in una guerra sulla Terra (1). Le armi rimbombano e uccidono in Ucraina, in Medio Oriente, in Sudan, in Myanmar, nello Yemen, in Congo e in tante altre situazioni.
Il mio amato predecessore Papa Francesco coniò a suo tempo l’espressione «Terza guerra mondiale a pezzi» per descrivere una situazione di diffusa conflittualità, senza precedenti dalla fine della Seconda guerra mondiale. Ripercorrendo i miei interventi su questo tema, ora raccolti in quest’antologia, voglio sottolineare alcuni aspetti che mi stanno a cuore.
Innanzitutto, la pace è una responsabilità. Se il primo istinto di fronte a un problema che incontriamo, a una tensione che viviamo, a un’offesa che subiamo è quello di giudicare gli altri, di accusarli e perfino condannarli, sarà fatale che prima l’indifferenza e poi l’odio si sviluppino intorno a noi. Esiste un modo di vedere la realtà che distrugge e non costruisce. Invece la pace inizia da me. Inizia da noi.
Sant’Agostino diceva: «Sono tempi difficili, sono tempi duri, tempi di sventure. Vivete bene e, con la vita buona, cambiate i tempi: cambiate i tempi e non avrete di che lamentarvi» (2). Non possiamo chiedere la pace ai potenti del mondo se non cominciamo a viverla noi, a partire dai nostri rapporti quotidiani: nelle nostre famiglie, nelle nostre case, nelle nostre città, nei luoghi dove lavoriamo. La pace si costruisce con piccoli gesti quotidiani: un sorriso regalato, un’ingiuria perdonata, una parola buona.
Inoltre, la pace si edifica con la verità. Anche chi fa la guerra afferma di agire “in nome” della pace. Nessuno ha la sfrontatezza di dichiarare che vuole la guerra per la guerra: persino i potenti della Terra sanno che ogni persona aspira alla giustizia e desidera vivere in pace. Soprattutto dopo le terribili conseguenze degli eventi di Hiroshima e di Nagasaki, il ricorso alla guerra è sempre più un’«avventura senza ritorno», come scandì san Giovanni Paolo II (3).
Ho rievocato più volte l’accorato appello che san Paolo VI rivolse all’Assemblea delle Nazioni Unite. Quel che unisce gli uomini, notava il mio venerato predecessore, è un patto suggellato «con un giuramento che deve cambiare la storia futura del mondo: non più la guerra, non più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei popoli e dell’intera umanità!» (4).


Soprattutto nell’era atomica, l’affermazione della verità deve farsi strada: non sono le armi atomiche che generano la pace, ma il disarmo. Tale verità, che sembrava acclarata nei decenni scorsi, durante i quali abbiamo assistito ad una de-escalation nucleare, è stata offuscata da una corsa agli armamenti che oggi spaventa e atterrisce. Come scrisse il cantautore e poeta Bob Dylan rivolgendosi figurativamente alla Bomba atomica, in una sua composizione poetica: «Ti odio perché ti ha fatto l’uomo e l’uomo ti possiede e l’uomo ti maneggia» (5).

La Chiesa pone umilmente oggi all’attenzione di tutti una domanda: la specie umana deve continuare ad abitare la Terra? La combinazione del dominio cibernetico con il riarmo globale induce a porre seriamente tale questione.

La pace cerca testimoni. Quest’antologia ce lo fa presente con la forza di tanti volti. Le figure di cui qui si parla, tra cui il beato Floribert Bwana Chui, i servi di Dio Giorgio La Pira e Dorothy Day, sono emblematiche di tanti uomini e donne che, in prima persona, hanno favorito la pace, vincendo la tentazione della corruzione, soccorrendo i poveri, favorendo la diplomazia.

Accanto a uomini e donne conosciuti, la pace è incarnata da “protagonisti non famosi” che hanno seguito la propria coscienza. È già accaduto nella storia che si arrivasse vicini alla catastrofe nucleare. Le cronache raccontano che la decisione di un singolo uomo, l’ufficiale sovietico Stanislav Petrov, contribuì a evitare una possibile guerra atomica globale: era il 26 settembre 1983. I radar del bunker vicino a Mosca, dove Petrov era di guardia, segnalarono il lancio di diversi missili balistici intercontinentali dagli Stati Uniti diretti verso l’Unione Sovietica. Si trattava però di un errore del sistema satellitare sovietico di localizzazione. Petrov, contravvenendo agli ordini, decise di non segnalare il presunto attacco: una scelta compiuta con la coscienza di chi sapeva che quel semplice gesto avrebbe potuto causare milioni di morti.

Un mondo in cui siano le macchine, per quanto sofisticate e più veloci di noi, a decidere un bombardamento su persone inermi sarebbe davvero spaventoso. La coscienza di un singolo uomo può valere il mondo intero.

La pace, infine, ha bisogno di speranza. La Chiesa continuerà a predicare la carità verso tutti gli uomini e le donne. Se c’è qualcosa che il mondo sta cercando oggi, credo sia un messaggio di speranza per il futuro. Guardiamo al domani con speranza, avendo trovato nel messaggio di Gesù l’unica fonte. Perché l’essenza dell’insegnamento di Cristo è questo: la carità, l’amore, il dare la vita per gli altri sconfiggono la morte, l’isolamento, la violenza: «Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10).

A chi rischia di cadere nella tentazione della disperazione di fronte alle tante guerre in corso nel mondo, rivolgo l’invito che già Papa Pio XI estese a tutta la Chiesa: «Ringraziamo Dio perché ci fa vivere in tempi difficili. Ora, a nessuno è permesso essere mediocre». Dio ci guidi sulle strade della non-violenza. I credenti e le persone di buona volontà non smettano mai di operare come costruttori di pacificazione. Ciascuno faccia della pace la causa della propria vita.

Dal Vaticano, 19 giugno 2026



Il Papa a Montecassino implora la pace nelle regioni segnate da conflitti

 

Il Papa a Montecassino implora la pace nelle regioni segnate da conflitti



Visita privata, stamane 20 luglio, alla comunità monastica e all’Abbazia benedettina. La preghiera di Leone XIV sulla tomba del fondatore dell'Ordine, la recita dell'Ora Sesta, la visita ad archivio e biblioteca, poi il pranzo con i religiosi. L'abate dom Fallica: "Un dono inatteso; ci siamo sentiti confermati e incoraggiati nel nostro più ampio impegno per la Chiesa e l'umanità”. Intanto, si avvia la preparazione per il giubileo del 2029 quando si celebreranno i 1500 anni del monastero

Antonella Palermo - Città del Vaticano

A San Benedetto l'invocazione del Papa per la pace nel mondo. È il gesto di Leone XIV che stamane, 20 luglio, si è recato in visita privata alla comunità monastica e all’Abbazia di Montecassino, in provincia di Frosinone. Qui, contemplando la bellezza di una natura straordinaria, a oltre cinquecento metri di altitudine, si è fermato in preghiera sulla tomba del co-patrono d'Europa. Al fondatore dell'Ordine dei Benedettini, il Pontefice ha affidato, ha reso noto la Sala Stampa della Santa Sede attraverso il proprio canale Telegram, "l'implorazione per la pace in quelle regioni del mondo segnate dal sangue e dal conflitto".




La preghiera sulla tomba di San Benedetto   (@Vatican Media)

Leone torna dove era stato in visita da studente

“È stato un dono assolutamente inatteso – commenta a caldo ai media vaticani l’ abate dom Luca Fallica - perché la visita era strettamente privata e quindi c'era stato chiesto il massimo riserbo, e di fatto ci è stata confermata solamente ieri, per cui ho potuto avvertire la comunità solamente qualche ora prima dell'arrivo del Santo Padre e quindi davvero è stato tutto improntato a una grande semplicità e familiarità”. Nel più grande monastero al mondo per dimensioni e il secondo più antico d'Italia, dopo quello di Santa Scolastica e di Subiaco, il Papa, riferisce il padre abate, ha anche avuto modo di salutare in questa circostanza speciale ospiti e turisti. Leone ha pregato l'Ora Sesta insieme alla comunità di monaci, ha visitato l’Archivio e la Biblioteca e ha pranzato con la comunità prima di ripartire per Castel Gandolfo. “Credo che il Papa sia stato contento di poter visitare questo luogo in cui era stato solo tanti anni fa quando, mi diceva era ancora studente a Roma”.

Ascolta l'intervista con l'abate Dom Luca Fallica

Nel luogo dove Paolo VI proclamò Benedetto “Pacis Nuntius”

Oggi più che mai riecheggia quel versetto del Salmo 33 (34) «Cerca la pace e perseguila» citato da San Benedetto - di cui si è celebrata la memoria liturgica l'11 luglio - nel Prologo della sua Regola. L’affidamento del Papa a San Benedetto, precisa l’abate, si è svolto in quello stesso luogo dove nel 1964 aveva pregato San Paolo VI quando vi si era recato per riconsacrare la chiesa cattedrale dopo la distruzione bellica. Fu in quell'occasione che Montini proclamò San Benedetto patrono principale d'Europa definendolo Pacis Nuntius, ovvero testimone, annunciatore della pace. “Come Paolo VI allora, e come hanno fatto anche i pontefici successivi, sia Giovanni Paolo II sia Benedetto XVI, anche Papa Leone è salito a Montecassino come pellegrino di pace”. E ha potuto anche accendere la lampada che aveva portato allora nel 1964 lo stesso Paolo VI, la lampada per la pace.



L'accoglienza in monastero   (@Vatican Media)

Pregare per la pace e diventarne testimoni

L’impegno di pregare per la pace è quotidiano per questi monaci attraverso l'intercessione del loro fondatore. Tanto più in questo frangente, all’inizio del triennio di preparazione dell’anno giubilare del 2029 quando saranno ricordati i 1500 anni della nascita, secondo la tradizione, di Montecassino. Come dom Fallica ricorda, infatti, San Benedetto è giunto qui da Subiaco nel 529 e l’anniversario viene fin d’ora caratterizzato da riflessioni sul tema della pace, appunto, a cui seguirà il tema della luce e quello della speranza. “Sul grande portone d'ingresso della nostra abbazia c'è proprio la grande scritta PAX e io dico sempre che questa scritta da una parte accoglie la pace in coloro che salgono a Montecassino ma diventa anche una consegna che facciamo a tutti coloro che vengono qui e poi ripartono. Non si tratta solo di ricevere il messaggio della pace ma di diventarne testimoni, annunciatori laddove si vive”. E proprio dieci giorni fa, ad essere qui insignito del Premio Pacis Nuntius, inaugurato in vista del giubileo, è stato il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme dei latini.

La memoria delle ferite della Seconda guerra mondiale

Pregare per la pace in un luogo come questo significa fare memoria delle ferite dei bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Insomma, per Montecassino è una vocazione peculiare essere segno di pace proprio per la storia che ha vissuto: sono stati gli uomini della pace a ricostruire queste mura, ebbe a dire qui Papa Montini. “Conoscendo gli orrori della guerra, comprendiamo ancora con più grande compassione e misericordia – insiste ancora il padre abate della comunità - la sofferenza di tutti coloro che vivono oggi nella minaccia, nella morsa della guerra, dei conflitti. E quindi, a maggior ragione, c'è non solo la nostra preghiera, ma proprio l'impegno per la pace che cerchiamo di vivere anzitutto in comunità per irradiarla attraverso la nostra testimonianza e la nostra preghiera”.

La presenza del Papa, dono e impegno per l’umanità

“Ci siamo sentiti confermati e incoraggiati sia nel nostro impegno monastico ma anche nel nostro più ampio impegno ecclesiale”, conclude Fallica. Il dono di qualche ora condivisa con il Successore di Pietro si traduce ora in una missione “che possa fruttificare per il bene della Chiesa e per il bene dell'umanità intera”.

domenica 7 giugno 2026

Vatican News 6 giugno 2026

 

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